Un progetto per cambiare il Paese

Un progetto per cambiare il Paese

 

Non è una piccola cosa: l’approvazione dello ius soli sarebbe un atto di civiltà contro la resa allo spirito dei tempi. Una risposta non rassegnata al disorientamento e alla paura. La prova che siamo capaci di riprendere quell’egemonia culturale che la sinistra, l’associazionismo laico e cattolico, il civismo e la tradizione liberale, sembrano avere smarrito. Per questo lo ius soli è una grande cosa. Per questo è da qui che vogliamo partire.

Noi vogliamo connettere le diversità per la costruzione di una proposta politica limpidamente di centrosinistra. C’è chi invece sembra più interessato a dividere, a spaccare la mela in due e poi ancora in spicchi sempre più piccoli.

Appare evidente la continua frammentazione tra chi si propone di perdere e chi si candida a perdersi. La sinistra minoritaria sceglie di adagiarsi sulla sconfitta, mentre l’attuale P.D. sembra accettare di perdersi. Quando si insiste su una legge elettorale sbagliata che consegnerà l’Italia all’ingovernabilità o ad alleanze non votate, e non volute dagli elettori, si privilegiano solo gli interessi di parte.

Lo vogliamo dire con chiarezza, il nostro progetto è contrastare le destre e i cinque stelle cercando di fare argine alla loro deriva xenofoba e  populista.   Ma dobbiamo combattere sul terreno culturale, valoriale e programmatico. Dobbiamo arginarli senza inseguirli. Ai tanti finiti nell’astensione e nella disillusione proponiamo un progetto competitivo e innovativo. Un Paese incapace di guardare con fiducia al presente e al futuro e che preferisce la paura è il contrario di una comunità che sceglie di uscirne salvaguardando sviluppo e convivenza civile. Vogliamo rimettere insieme le persone che non si arrendono alla rissa, al declino e alla narrazione senza fatti.

C’è bisogno di una rivoluzione gentile, credibile, che non si nutra di nemici ma che provi a spingere idee e passioni. Basta distruggere, è tempo di ricostruire. Serve un progetto per il Paese. Vogliamo parlare della vita delle persone, di chi sta peggio, del lavoro, del salario, dell’ambiente, delle città, del divario tra nord e sud, delle discriminazioni di genere, vorremmo parlare delle cose da fare. E, soprattutto, vogliamo fare le cose di cui parliamo. Ho fatto il sindaco investendo su concretezza e visione, innovazione e solidarietà. E Milano è oggi una città più giusta e competitiva.

Questa esperienza vorrei metterla al servizio del Paese. Quando parliamo di ispirazione ulivista indichiamo la strada capace di mettere insieme le migliori energie. Parliamo di vincere senza urlare. Di governare senza comandare. Di fare squadra mettendo al centro l’interesse generale. C’è bisogno di discontinuità per voltare pagina senza lasciare nessuno indietro. Le disuguaglianze sono il cuore delle nostre preoccupazioni. Disuguaglianze tra giovani e anziani, tra uomini e donne, tra nord e sud, tra cittadini italiani, tra italiani e migranti, tra città, tra città e aree interne.

La disuguaglianza va combattuta con proposte concrete, economicamente sostenibili. Politiche fiscali basate sulla progressività, politiche attive del lavoro, investimenti qualificati, un piano di piccole opere per la manutenzione del territorio, il diritto all’abitare, il rilancio massiccio della sanità e della scuola pubblica. Perché la disuguaglianza è tornata ad insidiare persino la speranza di vita. Così come la dispersione scolastica evidenzia tutte le nostre fragilità. La disuguaglianza si ferma impedendo l’umiliazione del lavoro e mettendo in campo anche forme ragionate di reddito minimo.

E poi c’è il futuro da costruire. Economia della conoscenza, economia circolare, cura dell’ambiente e del territorio, innovazione, digitalizzazione, rigenerazione urbana, valorizzazione dei mestieri, della straordinaria filiera enogastronomica e della biodiversità del nostro paesaggio. Nella storia vanno cercate le chiavi che aprono le porte degli anni a venire. Innovazione tecnologica e sburocratizzazione come assi portanti di un nuovo modello di sviluppo. Il futuro ha anche a che vedere con l’Europa.  L’Europa, la sua democratizzazione, la civiltà fondata sul welfare, rimane il nostro orizzonte necessario.

La politica non può essere solo ferocia e carriera, deve tornare ad essere un luogo di confronto e di sevizio. C’è bisogno di discontinuità, anche generazionale, di politica come servizio e non come professione. Personalmente sono impegnato e mi impegnerò per questo  progetto, perché lo ritengo giusto. Sarebbe bello tornare a parlare di politica anche come impegno volontario, con generosità e allegria. Le cose non cambiano con la rabbia o annichilendo le passioni. Le cose cambiano se si affrontano insieme e se alludono anche al diritto di vivere con serenità e poter guardare al futuro con fiducia.

 

Giuliano Pisapia

Via Repubblica.it

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